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Sunday bloody sunday

Offri la vitaIeri sono andato all’Avis per iscrivermi.
A quanto pare voglio donare il sangue. Forse.

Ok. Certo.
Giuro, sapere che i miei liquidi possano finire in altre persone è una cosa che fa più ribrezzo a me che a voi, credetemi.

Ma io non pensavo nemmeno di passare la visita di routine - figurati se prendono proprio tutti-tutti.

Eh, sì.
Fanno una visita completa, ma quello che mi ha turbato è la sfilza di domande sullo stile di vita: all’ultima volevo rispondere “Sì, l’accendo” - aspettandomi un assegnone firmato da Gerry Scotti perchè ho certificato in tutta segretezza che non vado a peripatetiche.

E poi ci sono gli sportelli - dove ci si mette in fila - per poi finire seduti sulla poltrona da barbiere, con un immenso glory hole in cui ficcare il braccio in attesa del prelievo.
Come in banca, uguale-uguale.
Solo è che tutto tremendamente più so seventies.

Ma la prima cosa che incute più riverito timore è la mensa - dove gli emocreditori (che son tutti dei convintoni) si sconfanano panini di mortazza e fontina alle 7:30 dopo aver estratto mezzo litro di sangue con nonchalance.
Il fatto è che secondo me a molti mica piace il prosciutto cotto col succhino Billy - è la concezione del gratuito che frega.

Ecco, la mensa mi ha ricordato la tristezza e lo squallidume del salone della caserma - certamente molto più pulito e sterile, con un vago sentore di tocco femminile.

Ma ciò non toglie l’orrore: su ogni parete c’è una quantità spropositata di sangue.

Dexter
is really really amused.

No, non sangue vero e proprio, eh.
Rosse goccine antropomorfe e schizzetti emosorridenti, premi con mani che distribuiscono rugiada rossa e targhe con pippottini e cuori incastonati, ma soprattutto un gusto per le locandine veramente ma veramente imbarazzante.

Se al posto del sangue era un centro di donazione sperma mi sarei messo ad urlare terrorizzato - seduto al tavolino con in parte Giampippo lo spermino che mi fa ciao-ciao con la manina mentre bevo un succo di frutta di domenica mattina. Presto.

Oh, bravi ragazzi impegnati nel sociale, ma non brillano certamente per le scelte marketing.

Già farsi chiamare “avisini” è trist(ino).
Voglio dire, tecnicamente da ieri (se arriverà mai la conferma per posta) io sono un avisino.
Avisino.

E avrò pure una tesserina nel portafoglio con la mia foto accanto la goccetta di sangue che mi strizza l’occhiettino immaginario - che ovviamente nasconderò dietro la Fìdaty Card e il santino laminato di Padre Pio.


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