L'inutile filippica del lunedì sulla demolizione di un bar di mignotte
Insomma, tutta ‘sta storia della serie IT Everywhere è partita da qui.Era gennaio, stavo leggendo “Come un killer sotto il sole” in una di quelle giornate in cui il sole manco si scomoda a farsi vedere.
Al di là della vita del workin’ class hero che tanto amo rimasi soprattutto colpito dall’incredibile attaccamento al territorio (termine abusato da un qualsiasi piccolo leghista dell’ultim’ora) in ogni canzone di Springsteen.
Ora, gli americani hanno uno strano concetto di “hometown”: spaziano dalla California alla Florida come se fossero borgate limitrofe.
Nel panorama musicale del “futuro del r’n’r”, soprattutto agli albori invece si riesce a fare un quadro abbastanza specifico di un’area netta degli Stati Uniti, paradossalmente simile alla italica vita provinciale ed assonnata da me vissuta nella gioventù che fu.
O che credevo e speravo fosse simile, più o meno ci siamo capiti.
E lì uscì quindi il ricordo di Tillie. Un faccione sorridente e dentato, stampato su muro (vecchio) di un parco giochi (vecchio) in Asbury Park, dove il rocker si fece fotografare.
Una boardwalk dove c’era una zingara che leggeva le mani ai ragazzi che stavano imparando quanto era dura conquistare una donna.
O la sua lingua per un buon quarto d’ora.
Anche chi ne sa zero di cultura americana, anche solo qualcuno che ha letto mezzo del più brutto libro di King per poi essersi addormentato con il filo di bavetta alla bocca e una lattina di Coca in mano riesce a capire la forza di una icona come Tillie.
Qui, nella terra della pummarola e della polenta taragna mancano queste icone.
Oh, per carità: belle chiese, grandi affreschi.
Abbiamo tutte e quattro le tartarughe ninja: Michelangelo, Leonardo, Donatello e Raffaello.
Ma per quanto mi sforzi di ricordare non ho nessun simbolo così dannatamente pop in cui riconoscere i miei bei momenti in cui ero un po’ più sbarbato.
Un dipinto del divertimento o un affresco del peccato, uno solo, che si stagli in contrasto ai millemila santi, madonne e Cristi sparsi in ogni viuzza della mia città.
Certo, perdendo in partenza sui numeri, l’icona pagana mica doveva per forza essere vincitore contro l’Uno e Trino, eh.
Ne chiedevo una sola e tanto mi sarebbe bastato.
Che poi, a guardarci bene, l’anno scorso ne era pure uscito uno qui in paese, favoloso.
Era un Vajrasattva Buddha che pensava alla linguaccia dei Rolling Stones: murale di uno che si è firmato Oro, sicuramente ispirato da Bansky.
Fece una brutta fine: fu ricoperto da orrende pennellate bianche pochi giorni dopo da qualche stupido benpensante.
Sfregio per sfregio ad un palazzo decadente, avrei lasciato a ‘sto punto il pronto ad entrare nel Nirvana piuttosto che quella vomitata di bianco sul fondo cacchina.
Io ci ho aggiunto solo il secchiello, per riscattare digitalmente e a mio modo il mistico bonzo rock.
Oh, ognuno ha le sue necessità: una delle mie era avere un graffito popolare.
Abito da 30 anni in questa casa ed in questo paese, e probabilmente ci morirò pure. Non saprei, credo sia una scelta fondamentalmente coraggiosa.
Amo la mia città, ma forse era più facile costruirsi una nuova vita lontano da qui.
La mia ricerca di avere un Tillie nostrano mi ha portato a girare con la macchina fotografica, prendere di mira un muro della mia città ed appiccicarci sopra un faccione.
Preso dal mondo dei videogiochi a moneta o dalla cultura popolare di Internet.
Perché da piccolo rubavo le duecento lire dal portafoglio dei miei per correre alle giostre, sotto un caldo afoso, per una partita a Bomb Jack o a Space Ace: e finita l’unica partita sempre troppo corta non rimaneva altro che girare la città aspettando l’ora di cena.
Un paese che non è molto cambiato da allora.
Forse avrei dovuto dedicarmi al florido collezionismo delle larve polipodi, chissà.
Con la mia macchinetta fotografica mi sono creato un mio personalissimo micromondo di icone mal raffazzonate, divertendomi come un matto.
Poi però, come per Tillie, è arrivato il momento delle ruspe e delle demolizioni.
Il faccione sorridente si è salvato, strappato e riattaccato da qualche parte nel New Jersey grazie ad una sorta di petizione on-line.
Il mio muro, quello che doveva terminare un po’ tutto il mio lavoro, beh, non sono riuscito a fotografarlo in tempo.
Quello che agli occhi di un adolescente brufoloso poteva essere un personalissimo Palace Amusements (che altro non era che l’unico bar malfamato e pieno di zoccole tardone in tutto il circondario) è stato distrutto.
Il palazzo e quei neon kitch anni ‘80 che ne componevano il nome all’ingresso.
Questo è il punto di vista della fotografia che avevo in mente, presa giusto un pelo troppo tardi.
E un po’ mi rode. Un po’ tanto.
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