Paul the wine guy
26 June 2008
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La teoria della maglietta da concerto

Ho formulato una mia verità sulle T-shirt messe ai concerti.

Perché è uno status-symbol percepito come l’umidità relativa: bisogna per forza dimostrare a 70mila persone che si è più carnalmente - secondo logiche del tutto dementi - legati al cantante di turno rispetto a chiunque altro.

Una sorta di orsacchiotto per fare la nanna, un feticcio rituale pre-concerto da tenere nello zainetto insieme al panino con la cotoletta e la bottiglia ghiacciata di acqua (senza dimenticare i tappi di scorta in caso di sequestro da parte della sicurezza bastarda).

Roba che si mette solo nel giorno del concerto, al massimo con un cambio fino al giorno dopo - giusto per dire allo scarpolino di quartiere che sei stato all’evento dell’anno facendoti chiedere come è andata. Questa è la semantica dell’abbigliamento: al concerto per dimostrare che sei più fan, fuori dal concerto per dimostrare di esserci stato.

Poi basta, viene riposta nelle palline di naftalina al profumo di lavanda e pino selvatico fino alla prossima occasione.

Avrei una decina di indossabili esempi pratici*, ma queste sono le tipologie principali:

  • Maglietta fatta da se o di una fanzine on-line: fa molto fan Leroy Merlin con l’Uniposca per il primo caso, mentre per il secondo fa molto riconosciamoci nella bolgia e facciamo comunella. Nella versione casalinga solitamente si scrivono tutti i concerti assistiti, una sorta di lista della spesa per dimostrare che - ehi - io giro per stadi e palazzetti in tutta Europa da prima che tu nascessi. Nella versione fanzine, c’è appiccicata la url e codice fiscale, nickname e una foto (brutta) del cantante o della band: incontriamoci dietro al mixer, su.

  • T-Shirt del primo concerto del 1983, ormai imputridita, slavata ed illeggibile.
    Portata tipo Sacra Sindone con le patacche di panino con la salamella e peperoni del tour 1991 al posto delle pecette messe dalle suore durante l’incendio del 1532 sul sacro lino. Non si può lavare per ovvi motivi sentimentali: è stata messa solo in occasione dei concerti (per l’occasione chiamati ostensioni), della santissima Cresima e durante la perdita di verginità;

  • Maglietta dell’Hard Rock Cafè presa dallo zio nel 1996 a Sharm el-Sheikh. Fa molto rock, molto globetrotter, molto gita col cammello. Un plus sono le varie limited edition con l’autografo (finto) del cantante: talmente limited che l’hanno tutti;

  • T-Shirt di una band similare, alternativa o di supporto: per dire che si è talmente fans che si seguono pure i cloni e le tribute-band alla Festa del Salame Felino di Sala Baganza;

  • Maglietta tarocco del tour precedente: della serie ci sono rimasto fulminato e ho dato 15 Euro al napoletano fuori dal palazzetto per questa favolosa T-Shirt dalle scritte oro, una foto presa direttamente dal libretto del CD e le date del tour. A volte sbagliate.

* gli Springsteeniani – razza a parte che seguo con affetto – hanno i loro bei grattacapi con le magliette con la bandiera americana, il culo in jeans o con la scritta “The Boss” - appellativo di una tristezza senza confini per uno che lo segue veramente.


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