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Fronte Liberazione Robot da Giardino

Ogni giorno lo vedo, lì, nel prato inglese di quello coi soldi.
Come un malato di labirintite che gira per il prato scontrandosi contro i muri e i vasi di fiori.

A volte rimane incastrato sul viottolo di sassi, altre volte è ribaltato come una tartaruga spiaggiata in mezzo alla siepe di rose.

Sono i robot da giardino.
Suppostoni a 3 ruote e dagli umilianti nomi antropomorfi che girano tutto il giorno come mosche stordite in un bicchiere capovolto a tagliare il micromètro di erba cresciuto nella notte.

Non esiste un modello col nome macho tipo X3rew2-P4. No.
C’è Oscar, Ambrogio, Umberto. Manca Peppino e Rodolfo-il-mago-del-giardino e la squadra è al completo.

Giuro, mi fanno pena.
Manco Lara Croft comandata da un ipovedente cocainomane con le dita enormi ed intorpidite dal freddo sbatte così tante volte contro qualcosa.

Poi penso a quanti pensionati sono stati rimpiazzati dai robot da giardino, e mi amareggio.

Vorrei prendere questi robot, rapirli, magari liberarli in un bosco e lasciarli correre inebriati fino a quando la batteria getta la spugna.

Ma non ho il coraggio.

Allora se uno mi passa vicino, mi limito a sputare a spruzzo.
A volte funziona, altre volte mi inzacchero solo le scarpe.
Il sensore di riconoscimento della pioggia magari ci casca e lo riporta nella suo piccolo monolocale di 80x80 cm.

A riposare qualche ora, a caricarsi le batterie. A tirare il fiato.
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