Workin' class blog
Ho sempre pensato al blogging come una forma di protesta.
Una rivolta popolare, qualcosa che esce dagli ingabbiamenti della società per portare voce a chi non l’ha mai avuta.
Qualcosa di rivoluzionario che preme le maglie del www per un mondo più equo.
Poi vedi il blog di Bobo Craxi e torni coi piedi per terra.
La blogosfera deve per forza essere piena di comunisti-giornalisti, IT-comunisti, comunisti e basta.
Per sua natura: solo con l’aiuto dei compagni il grido di “il re è nudo” a volte arriva ai piani alti.
Beppe Grillo del resto ne è l’esempio lampante: credo di non aver ancora letto un suo post-accusa sull’infame compravendita internazionale di piadine prodotte a San Marino ma spacciate come italiane ma sono certo che ci sta lavorando.
Io, da parte mia, amo loro: i blog dei nuovi emarginati del lavoro precario. Comunisti dentro per filosofia, non per credo politico.
Quelli che fanno i commessi. O che lavorano in un call-center. O che recuperano crediti. O che fanno le cassiere, le cameriere, le hostess o i controllori di biglietti.
Hanno dei blog fa-vo-lo-si.
Prendono per il culo il loro padrone, il cliente.
E io mi crogiuolo nelle loro avventure quotidiane fatte di clienti deficenti e richieste idiote. Non mi bastano mai.
E che dire dell’imbarazzante terrore che mi pervade ogni volta che entro in un centro commerciale: avrò tirato su la zip?
Perchè loro ci osservano. Ci giudicano.
E finalmente possono dire al mondo intero che sono un babbeo cafone che ha chiesto il prosciutto della qualità salata però dolce.
Ah. Mi sento veramente meglio.
Il mondo incomincia a girare per il verso giusto.

