Marketing vecchia scuola per prodotto 2.0

Oh, quella la rana crocefissa di Martin Kippenberger è più brutta di una fotocopiata a colori del proprio sacchetto scrotale.
Ma non per le polemiche o per la lettera di Benedetto XVI o per il millantato senso religioso offeso: è proprio orrenda di suo.

Un pastrocchio fatto con il Didò Adica Pongo dal gruppo “Gruppo amatoriale amici del tremore essenziale” avrebbe più valore estetico e culturale.

Che uno dice “ohhh, che bella provocazione”, “ci voleva un po’ di libertà d’espressione”, “ahahaha”, “ohohoh”, “ho le doppie punte da stress”.

Ma la rana è veramente indifendibile. Giuro, vorrei proprio.
Kippenberger avrà pensato di fargliene vedere proprio di tutti i colori al povero Karol Wojtyla: l’ha fatta color legno, argento, viola, amaranto metalizzato, verde.
Ci manca il “blu vertigine”, il “rosso faccia da schiaffi” e il “bianco santarellina” del campionario colori della Fiat – ma si vede che aveva finito i Carioca e le tempere Sguish.
Quando si dice una carica di creatività senza uguali.

Poi anche il Vaticano ci mette del suo, casca sempre nello stesso – strausato trucchetto.
Già Kippenberger si è presentato al cospetto del Creatore non-anfibio più di 10 anni fa – quando l’Elton John imperversava con Candle in the Wind ai vari funerali – quindi è una provocazione decisamente vecchiotta.

Uno non sa cosa inventarsi e zac: prende un crocefisso o Cristo o la Madonna e incomincia a giocare come coi Playmobil.
Un po’ di sangue e piscio, una Madonna particolarmente abbronzata, un Gesù bambino topo o un romanzo in cui c’è la gravida Maria Maddalena: oplà, la polemica arriva – il gossip pure.
Alla Santa Sede c’è sempre qualcuno che cerca affetto ed attenzioni.

Tutti i discorsoni che ne vengono fuori sono sempre i soliti blablabla sulla libertà d’espressione e sul rispetto della fede altrui (solitamente portati avanti da atei plurisposati con l’integerrima moralità di un biscazziere usuraio).
Tanto Gesù Cristo non può controbattere. E nemmeno la rana.

Che poi – ma qui il polemico sono io – le installazioni più oltraggiose sono sempre arrivate proprio dal Vaticano.
Perchè tra una finta raganella crocefissa in terra laica e un corpo reale decomposto con una maschera di carnevale al silicone – entrambi esposti per un florido business – ci vedo gran poca differenza e la medesima malizia.

Una delle due organizzazioni ha un ufficio marketing più persuasivo ed alacre, ecco.

Ho cercato di scordare le imbarazzanti camicie di David, ho chiuso gli occhi di fronte al muro di capelli di Dylan, ho voluto inutilmente dimenticare la frangia tagliata al laser di Brenda.
Vorrei spaccare i dentoni di Kelly e togliere dalle mie orecchie la voce nauseabonda del doppiatore di Brandon.
Ci ho provato, davvero. Sono sopravvissuto.

La sfida vera è scoprire che verrà riproposto a brevissimo.
Nell’era di Facebook e di YouTube.

Tutti a pensare a quelli dell’Alitalia.
E a Lauro chi ci pensa?
Troverà come passare la domenica pomeriggio il povero Diego Abatantuono?
Sandro Piccinini che fine farà? Paola Ferrari dove si collocherà?
Il moviolista Paolo Longhi si metterà a moviolare i trenini di Buona Domenica?
Il povero Massimo de Luca che dovrà inventarsi?
La Canalis la mollerà ancora a Vieri o farà un nuovo calendario?

“Voglio qualcosa di diverso, un po’ d’aria, ho bisogno di aria, di campagna o di città, al posto di questa periferia che non è neanche città ma dove si vive tutti con gli occhi fissi sulla vita del vicino tanto si sta pigiati, tanto si rompe le scatole a restare qui, e dove ci si affanna tutti a vivere come gli altri perchè si vive tutti dentro case uguali, questa periferia che non è neanche campagna ma genera la stessa noia, dove si crepa a fuoco lento, colpettino dopo colpettino, a colpi di stagioni e a colpi di campane della piccola chiesa dove, oplà, tutti siamo passati da bambini, poi da adulti, e dove ripasseremo cadaveri, in polvere ma battezzati, sposati, impiccati o maciullati prima della fine dell’anno, no, tra dieci anni, tra cinquant’anni, non importa, c’è solo da aspettare, perchè tanto la campana sarà sempre lì a battere i suoi lugubri rintocchi.”

Mi sono concesso la lettura di “La camera bianca”, brevissimo e ben scritto libretto di Laurent Mauvignier, più che altro pescato ad occhi chiusi nel reparto novità.

Una donna cornuta e mazziata – madre di due figli – si sobbarca amorevolmente in casa il fedifrago marito perchè si è schiantato in auto.

A tratti agghiacciante – me la immaginavo tipo Kathy Bates in “Misery non deve morire” – aspettavo che lei spaccasse le gambe al consorte indifferente con il vaso di fiori che ogni giorno gli portava.

Invece no, finisce in un altro modo – o meglio, non finisce proprio.

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